Sul Cittadino di mercoledì 16 settembre, a pagina 25, è stato pubblicato un articolo sul bombardamento che avvenne a Paullo nel luglio del ’44 e che uccise diverse persone. Il problema affrontato nell’articolo è stabilire chi sganciò le bombe, se un aereo alleato, forse inglese, oppure un aereo tedesco, o altri. Mi sembra di capire che si escluda la possibilità che si trattasse di un aereo italiano.
A mio parere il problema di individuare il “colpevole” della tragedia oggi, ottantadue anni dopo, non ha più molto senso. Al contrario, ricordarla è giusto, soprattutto per quelle generazioni di Paullesi, oramai la stragrande maggioranza, che non hanno vissuto la guerra. Per questa ragione ho cercato qualcosa d’altro nell’archivio online di Comune Aperto e ho trovato un bellissimo articolo sul n° 43 (1995), a firma di Angelo Grioni, che rievoca quella mattina del 25 luglio 1944. Dopo averlo letto ho continuato la ricerca anche tra le carte di mio padre, Antonio Bellavita, che tante volte mi aveva raccontato del bombardamento. È così che ho trovato un suo ricordo scritto, un testo che non avevo mai letto. È in un italiano dialettale con molti errori, ma è commovente, almeno per me, e ho deciso di condividerlo su questo blog. Allego la scansione del manoscritto originale, fatta usando vecchi fogli di computisteria e di non facile lettura. La trascrivo qui di seguito apportando piccole modifiche.
1944 Il Sig Beretta faceva il lavandaio alla tombona dove adesso c’é la villa di Officio. Andava con caretella(1) e cavallo al venerdì e sabato a portare i panni lavati e a ritirare quelli sporchi. Nel 1944, proprio sulla sua casa, caddero due bombe, che fecero cinque morti. Il padre e la madre erano in campagna a stendere i panni e si salvarono. Non fu così per il figlio, la figlia e tre donne che passavano sulla strada.
Io stavo uscendo dal portone per andare a Lodi e fui il primo ad accorrere sentendo gridare. Sollevammo un pezzo del tetto, con Carlo Bellavita e il molitta(2) che abitava in Castello. Tirai fuori una bambina di otto mesi, che era in braccio alla madre; quest’ultima aveva una trave sulle gambe, l’abbiamo smossa e tirata fuori. Mi ricordo che la bambina l’ho data in mano alla Conca, che in seguito morì. Dopo abbiamo tirato fuori il figlio, che si trovava sotto l’uscio della scala, ma era già morto.
Quelli tirati fuori per primi erano la moglie e la figlia del povero Mario Beretta. Quella morta mentre resentava(3) i panni era la moglie di Giulio Cremonesi. Le due in strada: una era la mamma di Mario Civardi e l’altra era la mamma della moglie di Borsa, che abitava in vicolo Castello.
(1) – Piccolo carro a due ruote trainato da un cavallo.
(2) – Arrotino.
(3) – Sciacquava.

