APOLOGIA DI SOCRATE
L’autodifesa di un insegnante nell’Atene dell’antichità
In quest’anno scolastico, oramai giunto al termine, l’argomento che, tra i tanti, mi ha dato molto è stata la lettura dell’Apologia di Socrate.
Socrate è forse la personalità che più di tutte riassume la caratteristiche del buon insegnante, figura storica seppur rielaborata dalla voce di Platone; nell’Apologia tuttavia il pensiero di quest’ultimo è assente e la razionale e limpida voce del maestro risuona nei tre discorsi, in cui Socrate non dice altro se non la verità.
In quegli anni di crisi, alla fine di una lunga guerra con Sparta terminata con la pesante disfatta di Atene, in quei tempi di accuse, di processi e di condanne sommarie, le parole di Socrate a sua difesa riecheggiano, perché descrivono un atteggiamento sociale profondamente reale e ancora attuale. Quale capro espiatorio migliore ci può essere se non un buon insegnante?
“Non pensate che uccidendo me risolviate il problema …” dice a chi lo ha condannato. “I giovani che per loro natura sono più irruenti lo saranno ancora di più senza di me … Non ho fatto altro che tenerli a bada, ma voi non ve ne siete accorti”.
È la crisi di Atene, un’inarrestabile crisi che porterà verso un mondo diverso, non più costruito sui valori della polis.
Penso che l’Apologia possa parlare anche di oggi, di noi, di noi insegnanti in questi tempi sempre più incerti. Socrate non volle lasciare Atene, consapevole del proprio valore, della propria appartenenza, e così facendo accettò la condanna a morte, in conformità a quelle leggi in cui lui stesso si era sempre riconosciuto.
L’Apologia sembra suggerire che così dovremmo fare anche noi, maestri e insegnanti di oggi, combattenti, e forse ultimi difensori di un mondo, ahimè l’unico, a cui apparteniamo.
