SAN GIOVANNI DEL CALANDRONE E L’ETICA ANTISPECISTA

SAN GIOVANNI DEL CALANDRONE E L’ETICA ANTISPECISTA

Il santuario di San Giovanni del Calandrone è conosciuto da molti paullesi. Il 24 giugno, il giorno della festa di San Giovanni, molti di loro si recano al santuario per partecipare alle celebrazioni religiose. Alcuni lo fanno per fede, altri per tradizione familiare, altri ancora, perché sperano in qualche modo che il Santo li aiuti, ad esempio a sopportare, se non addirittura a sconfiggere, una malattia. San Giovanni del Calandrone è infatti famoso per l’acqua miracolosa che sgorga da una grande vasca di granito; è per questo che le pareti interne della chiesa sono ricoperte di ex voto per grazia ricevuta.

La vasca è in realtà uno dei due sarcofagi romani conservati sotto i portici del santuario, a testimonianza che la località era probabilmente già nota nell’antichità come luogo di culto e di sepoltura. Il secondo sarcofago, quello che non contiene acqua, è però spaccato in vari punti. La tradizione racconta di un cacciatore che passò dal santuario mentre andava a caccia; poiché il suo cane era malato, lo immerse nella vasca di acqua miracolosa chiedendo a San Giovanni di guarirlo. Nel farlo pronunciò la seguente frase, riportata su una lastra di marmo ben visibile sotto i portici del santuario:

O SAN GIUAN,
SE TE FÈ GUARÌ I CRISTIÀN,
FA GUARÌ ANCA EL ME CAN

In quell’istante la vasca si spaccò.

L’aneddoto ci impone qualche riflessione. Perché la vasca si spaccò? La risposta sottintesa è evidente: perché l’acqua miracolosa era riservata agli uomini e un cane è solo un animale. Quello del cacciatore non fu un gesto pietoso, bensì sacrilego. La malattia del cane andava curata in altro modo in quanto un cane è un animale, cioè un essere di rango inferiore.

Questa storia, così semplice e innocua, evidenzia in modo chiaro come, per la nostra tradizione religiosa, ci sia una netta differenza tra l’uomo, dotato di anima a immagine di Dio, e tutti gli altri esseri viventi. E’ il nucleo concettuale dello specismo, quella convinzione secondo cui gli esseri umani sono superiori per status e valore agli altri animali e, pertanto, devono godere di maggiori diritti e privilegi nell’uso delle risorse, naturali e anche soprannaturali. E’ una posizione che presume un diversità tra umani e non umani che fa da pretesto a pratiche ereditate dalla tradizione oramai inaccettabili e cancellabili senza alcun danno.

Il primo a elaborare idee contrarie alla posizione antropocentrica, cioè con l’uomo al centro del mondo, fu un filosofo inglese del ‘700, Jeremy Bentham. Nei suoi scritti propose un’impostazione etica che comprendesse tutti gli animali all’interno di una medesima comunità morale. Dovettero passare però altri due secoli perché un altro filosofo, stavolta australiano, Peter Singer, fondasse il movimento antispecista, che si oppone per principio all’attribuzione di un valore diverso e superiore agli esseri umani rispetto alle altre specie animali. In particolare, nel suo libro “Liberazione animale” (1975), Singer espone le sue tesi contro la violenza perpetrata dalla specie umana sugli animali, sostenendo che un’azione è moralmente giusta se massimizza il benessere del maggior numero di esseri senzienti, cioè di esseri in grado di soffrire. Mangiare una bistecca, quindi, non può essere definita un’azione moralmente giusta.

Alla Statale di Milano è stata da poco costituita, unica in Italia, una nuova cattedra di filosofia che si occupa proprio dei cosiddetti animal studies, la disciplina che analizza le radici teoriche e storiche dei movimenti animalisti. Segnalo al riguardo il bellissimo libro del professor Gianfranco Mormino (Etica Antispecista, Raffaello Cortina Editore) che affronta in modo critico le problematiche animaliste. Riporto un breve estratto dalla prefazione:

La condizione in cui vivono gli animali è il prodotto di un’esclusione sistematica, identica a quella esercitata verso gli umani più vulnerabili: come questi ultimi, la ragione della loro collocazione al fondo della costruzione sociale è la loro limitata capacità di difendersi. La superiorità che dispieghiamo nel dominarli è unicamente militare; specismo e antropocentrismo non nascono affatto da una preferenza per gli esseri umani, ma dalla possibilità di opprimere senza pericolo tutti coloro, uomini o animali, che non riescono a rispondere in modo efficace alla nostra violenza.

Detto ciò, però, dobbiamo pensare che le cose potrebbero cambiare se ci si rendesse conto di cosa fa la nostra società agli animali. Così come non ci sogneremmo mai di fare del male a un bambino, o a un anziano, o a un malato, o a un disabile, o, ancora, a una persona che dorme, solo per il fatto che non sarebbero in grado di difendersi adeguatamente, nello stesso modo potremmo smettere di infliggere, negli allevamenti piuttosto che nei laboratori scientifici, delle sofferenze inaudite agli animali.

Io credo che San Giovanni, il figlio di Zaccaria e di Elisabetta, il precursore, nato sei mesi prima di Gesù per preparargli la strada, questo discorso lo avrebbe capito. Forse, la lastra con la frase del cacciatore andrebbe tolta dal muro del santuario di San Giovanni del Calandrone.

Roberto Bellavita

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