CAMPI SILENZIOSI, O QUASI

CAMPI SILENZIOSI, O QUASI

L’ambiente campestre che circonda Paullo e i suoi canali è cambiato molto in questi ultimi decenni. La distesa dei campi è coltivata, come sempre, e l’attività agricola sembra ancora fiorente, ma qualcosa di sostanziale non c’è più.

Anzitutto è stata costruita la TEEM, una barriera fisica attorno al paese che lo limita da Sud a Nord, lungo il lato orientale. Oltre ad aver consumato ettari e ettari di terreno agricolo, questa autostrada ha di fatto separato Paullo dal territorio lodigiano. È un ostacolo vero, che si erge davanti alla bicicletta quando si deve superare il cavalcavia, sulla strada di Lodi, o sulla strada di Zelo.

Poi c’è il degrado del reticolo idrico minore. Un tempo nella campagna attorno a Paullo non esisteva un singolo appezzamento di terreno agricolo che non fosse irrigato per gravità grazie alla onnipresente rete di piccoli canali. Il consumo di suolo però, sia edilizio che stradale, assieme al quasi completo abbandono della coltura a prato, o a marcita, ha fatto sì che parte della rete venisse dismessa. Molte rogge sono addirittura scomparse, lasciando un fossato incolto, quando non riempito da rifiuti e sporcizia. Si pensi ad esempio alla Codogna, roggia famosa per le sue acque pregiate e ora trasformata in uno scolmatore fognario. O alla Luserana, il cui alveo ancora costeggia la strada di Villambrera, ma che da decenni è completamente asciutto. La sua corrente, giù in basso rispetto alla strada, ti accompagnava per un lungo tratto, da Cossago fino al ponte del Crivellone. Questo canale invece è ancora in funzione, ma l’acqua che vi scorre, destinata in passato alle estese e scomparse marcite di Villambrera, è diventata inutile per gran parte dell’anno. Prima o poi anche il Crivellone subirà dei cambiamenti.

Ma a pensarci bene la cosa che più manca passeggiando su una strada di campagna come quella che da Paullo porta a Villambrera sono gli uccelli, i piccoli uccelli. La moderna agricoltura meccanizzata, che ha eliminato i prati, che coltiva il riso a secco, che predilige la monocoltura a mais, ha anche fatto sì che scomparissero le macchie di arbusti lungo i canali, le siepi di rovi, tutta quella vegetazione che non produceva raccolti, ma che era vitale per i piccoli uccelli. Sono i piccoli uccelli, con la loro frenetica attività diurna, a rendere viva la campagna, perché li vedi volare e, soprattutto, li senti cantare. Ai nostri giorni vivono sempre più numerosi in città, nei giardini, pieni di cince e di merli, ma hanno abbandonato la campagna. Lo spazio fuori dai centri abitati è diventato un mondo privo di voci.

Sulla strada di Villambrera non si sente più il fischio del merlo maschio, potente e lontano, proveniente dall’altro lato dei campi. Non è il merlo che frequenta i nostri giardini, ma quello che fa il nido tra i rovi, un nido grande, una scodella di fango perfettamente rotonda. Poi non si vedono più i cardellini, quella nidiata nata in primavera, che ti accompagnava sulla strada; ti precedeva, fermandosi a terra e ripartendo con un trillio non appena ti facevi appresso. E poi l’allodola. Chi l’ha più vista salire il alto, in verticale sopra il prato in cui era nascosto il suo nido, mentre cantava. Certo, il fringuello si sente ancora, e le rondini fanno ancora il nido sotto il ponte, a Villambrera, ma manca del tutto il cinguettio dei passeri, che una volta erano numerosissimi e ora sembrano scomparsi, anche vicino alla cascina.

Ma soprattutto manca il canto che più di ogni altro rappresenta la voce del bosco di pianura, quello della tortora. Non la tortora dal collare, che ha invaso i giardini di Paullo e che ci sveglia la mattina con il suo fastidioso tu-tu, ma la tortora selvatica, molto più bella, molto più schiva. Non la vedevi mai, perché si nascondeva nel bosco, ma sentivi il suo gru-gru-gru a bassa frequenza provenire da lontano, un suono che sembrava nascere dagli alberi e pervadere tutto lo spazio intorno.

Ora lungo la Muzza di Villambrera nuotano i cigni reali, pescano i cormorani comuni, pascolano gli ibis sacri e gli aironi guardabuoi. Tutti uccelli che non centrano nulla con la campagna lombarda del passato. L’avifauna è cambiata, forse a causa dell’aumento delle temperature. In ogni caso, se si escludono i brevi richiami tutt’altro che melodiosi, questi grandi uccelli sono tutti muti, non cantano.

Ma sulla carraia che costeggia la Muzza di Conterico qualcosa dei tempi passati si è conservato, forse perché qui la gente non può andare sulla riva destra e in tal modo parte dell’habitat è rimasto indisturbato. Comunque, se avete la pazienza di arrivare alla fine del video allegato al post, registrato proprio a Conterico una settimana fa, sentirete il canto del cuculo maschio, l’inconfondibile coppia di note a intervallo di terza maggiore (direi un sol-mi). Non lo sentivo da anni.



Roberto Bellavita

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